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12/06/2026

Il problema non è la tecnologia

Di recente mi sono imbattuto su Aeon in un estratto del documentario Being in the World (2010), diretto da Tao Ruspoli. Il video riprende alcune riflessioni di Martin Heidegger sulla tecnologia che, curiosamente, oggi sembrano ancora più attuali di quando furono formulate oltre mezzo secolo fa.

Quello che mi ha colpito non è stata una critica alle macchine né una nostalgica difesa del passato. Anzi. Il punto di partenza è molto più scomodo: la tecnologia non cambia solo gli strumenti che usiamo, ma anche il modo in cui interpretiamo la realtà.

Nel testo che accompagna il video, Aeon riassume una delle principali preoccupazioni di Heidegger. Il filosofo osservava come la tecnologia moderna rischi di farci vedere il mondo solo attraverso le lenti dell’efficienza, della produttività e del potenziale economico. Una spiaggia smette di essere una spiaggia e diventa un’opportunità immobiliare. Un bosco non è più un bosco, ma una risorsa da sfruttare. Progressivamente, tutto ciò che ci circonda si presenta come qualcosa da gestire, ottimizzare o sfruttare.

Questa idea è particolarmente interessante perché non descrive solo il Novecento: sembra parlare perfettamente anche del nostro tempo.

Negli ultimi decenni abbiamo creato strumenti straordinari. Internet ha reso il sapere accessibile a tutti, le piattaforme digitali hanno semplificato attività che prima richiedevano tempo e fatica, e ora l’intelligenza artificiale promette di automatizzare compiti che fino a poco fa consideravamo esclusivamente umani.

È difficile negare i benefici di tutto questo. Siamo più connessi, abbiamo accesso a più informazioni e possiamo risolvere problemi a una velocità che solo pochi anni fa sarebbe sembrata impensabile.

Tuttavia, la questione posta da Heidegger non riguarda i vantaggi della tecnologia, ma cosa succede quando la logica che rende utili questi strumenti diventa anche il metro con cui valutiamo ogni altro aspetto della vita.

Quando l’efficienza smette di essere uno strumento

Come designer, mi è impossibile non notare questa tendenza. Gran parte del lavoro digitale oggi consiste proprio nel ridurre attriti, semplificare percorsi, ottimizzare processi e migliorare risultati. Obiettivi più che ragionevoli. Nessuno vuole un sito lento, un’interfaccia confusa o un’esperienza inutilmente complicata.

Ma a volte mi chiedo se questa mentalità non si stia estendendo ben oltre i contesti in cui porta davvero valore.

Si parla sempre più spesso di produttività personale, ottimizzazione del tempo, gestione dell’attenzione, efficienza quotidiana. App che organizzano le nostre attività, algoritmi che scelgono cosa dobbiamo vedere, piattaforme che promettono di eliminare ogni sforzo superfluo e strumenti in grado di generare contenuti in pochi secondi.

Tutto questo funziona perché risponde a un bisogno reale.

Il problema nasce quando iniziamo a pensare che tutto ciò che può essere ottimizzato debba necessariamente esserlo.

Non tutte le attività umane hanno lo stesso scopo.

Una conversazione con un amico non è migliore se dura meno. Una passeggiata non deve per forza portare a un risultato concreto. Un pranzo condiviso non vale perché è efficiente. E la creatività raramente segue un percorso perfettamente ottimizzato.

Anzi, molte delle esperienze che ricordiamo con più intensità contengono proprio quegli elementi che i sistemi efficienti tendono a eliminare: incertezza, improvvisazione, lentezza, errori e presenza.

L’efficienza è uno strumento straordinario quando dobbiamo produrre, trasportare, organizzare o risolvere problemi. Ma se diventa l’unico criterio con cui valutiamo la realtà, rischiamo di impoverire il nostro rapporto con essa.

La differenza tra accedere ed esperire

Nel documentario compaiono musicisti jazz, chef, falegnami e artisti che raccontano il proprio mestiere. Ciò che colpisce è che tutti descrivono qualcosa di simile. Nessuno vive il proprio lavoro come una semplice esecuzione di procedure. Quello che conta non è solo il risultato finale, ma la relazione che si crea con il materiale, l’ambiente e le persone coinvolte nell’esperienza.

Un musicista non si limita a seguire uno spartito. Risponde al pubblico, agli altri musicisti, all’acustica della sala e a tutto ciò che accade durante la performance. Un falegname esperto non lavora solo per produrre un oggetto funzionale. Sviluppa anche una sensibilità verso il legno, il tempo, la qualità. Uno chef non si limita a nutrire altre persone. Costruisce un’esperienza condivisa attorno a un tavolo.

Niente di tutto questo è particolarmente efficiente.

E forse è proprio questo a renderlo significativo.

La tecnologia moderna tende a offrirci versioni sempre più accessibili di molte esperienze umane. Possiamo ascoltare musica senza andare a un concerto. Possiamo imparare senza entrare in aula. Possiamo comunicare senza condividere uno spazio fisico. Possiamo generare immagini, testi o video in pochi secondi.

Tutto questo ha un valore enorme.

La domanda è se non stiamo iniziando a confondere l’accesso con l’esperienza.

Ascoltare una registrazione non è la stessa cosa che assistere a un concerto dal vivo. Leggere di un luogo non equivale a visitarlo. Generare un’immagine non è necessariamente lo stesso che sviluppare uno sguardo. Avere accesso a più informazioni non significa automaticamente comprendere meglio il mondo.

È una differenza sottile, ma fondamentale.

Perché una parte sempre più ampia della nostra vita si svolge attraverso rappresentazioni della realtà, mentre molte delle esperienze che danno profondità alla nostra esistenza continuano a richiedere presenza, attenzione e partecipazione diretta.

Cosa non dovrebbe andare perso

E questa riflessione diventa ancora più urgente quando si parla di intelligenza artificiale.

Gran parte del dibattito attuale ruota attorno ai posti di lavoro che potrebbero sparire o alle nuove opportunità che nasceranno. Sono domande importanti, ma forse non sono le uniche.

Dovremmo anche chiederci quali capacità smettiamo di esercitare quando deleghiamo certi compiti. Che rapporto abbiamo con il nostro lavoro quando una parte crescente del processo diventa automatica. Cosa succede a competenze come l’osservazione, la pazienza, l’attenzione o il giudizio quando la velocità diventa il valore principale.

La storia ci insegna che ogni nuova tecnologia sostituisce alcune capacità e ne potenzia di nuove. Non si tratta di opporsi al cambiamento o di idealizzare il passato.

La questione è molto più semplice.

Si tratta di chiederci cosa valga davvero la pena conservare.

Forse la sfida non è proteggerci dalla tecnologia, ma evitare che la logica dell’ottimizzazione diventi l’unico modo di interpretare il mondo.

Perché alcune delle cose a cui teniamo di più continuano a funzionare secondo regole diverse. L’amicizia, l’arte, l’insegnamento, la creatività o il senso di comunità non si possono produrre su richiesta. Né possono essere accelerate all’infinito senza perdere qualcosa di essenziale lungo la strada.

Ecco perché ho trovato così stimolanti queste idee su Aeon. Non perché offrano risposte definitive, ma perché aiutano a formulare una domanda che forse è sempre più urgente.

In un’epoca ossessionata dal fare di più, più in fretta e con meno sforzo, siamo ancora capaci di riconoscere ciò il cui valore sta proprio nel fatto di non poter essere ottimizzato?

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